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Arabia Saudita: tra corruzione, denaro e Petrolio



La Redazione Articolo pubblicato il 13/11/2017 07:00:41
La corruzione, in Arabia Saudita, pesa all’incirca per 100 miliardi di dollari, ma dipende da chi fornisce la valutazione: in alcuni casi si parla di...

 

La corruzione, in Arabia Saudita, pesa all’incirca per 100 miliardi di dollari, ma dipende da chi fornisce la valutazione: in alcuni casi si parla di 800 miliardi di dollari, ed il giro di vite voluto dal principe bin Salman (nell'immagine a seguire) rende la lotta per la giustizia intrapresa dal Regno redditizia quanto l’estrazione del Petrolio.

Si parla di cifre analoghe solamente in relazione alla IPO che riguarderà la controllata statale Aramco ed attualmente le stime suggeriscono che, rispetto a quanto previsto, il listing della società dovrebbe crescere di 100 miliardi di dollari al fine di fornire il giusto contributo ai grandi cambiamenti che attendono l’Arabia Saudita senza creare grossi scossoni all’ordine costituito, ma in fondo: perchè privarsi dei gioielli di famiglia quando si possono molto più semplicemente “spennare” i più che facoltosi esponenti dell’alta società saudita?

Sicuramente, come suggerisce il grafico appena sopra, recuperare il denaro “smarrito” in quella che la monarchia saudita definisce “una corruzione sistemica ed una serie di appropriazioni indebite che durano da anni” non sarà affatto semplice ed i programmi di recupero difficilmente avranno vita facile in quanto si parla di denaro spesso collocato offshore e di conflitti politici derivanti dal recupero dello stesso.  Molto probabilmente Riyadh riuscirà a riappropriarsi di una parte di questi beni, ma si tratterà di un guadagno temporaneo, mentre quello che accadrà dopo dipenderà per la maggior parte da come (e se) il principe Salman deciderà di intraprendere nuove forme di collaborazione con le imprese.

La storia, guardando alla Nigeria ed alla Tunisia, ci insegna che recuperare questo genere di denaro richiede tempo ed impegno: nel 2015 l’allora presidente nigeriano Muhammadu Buhari  (nell’immagine a seguire) ha chiesto la collaborazione dei leader stranieri al fine di recuperare 150 miliardi di dollari presumibilmente sottratti da funzionari corrotti.  Come è andata a finire? Gli ultimi dati in arrivo a mercato mostrano che dell’intera somma solamente 9,1 miliardi di dollari sono stati recuperati…

Quello appena descritto è l’impatto di quello che potremmo definire “il fattore offshore” e questo i sauditi lo sanno bene: toccare i fondi all’estero vuol dire interessare la Svizzera o Londra al fine di ricevere assistenza adeguata nell’operazione, ma non solo perchè tutte le richieste devono, ovviamente, essere corredate dalla necessaria documentazione (leggi prove del reato) ed anche non sarebbe sicuramente un lavoro semplice da svolgere e, per quanto Theresa May (nell’immagine a seguire insieme a Re Salman, fonte The Telegraph) sia desiderosa di entrare nelle grazie dei sauditi, rimane difficile pensare ad una Londra che cessa improvvisamente di essere un porto sicuro per i denari in arrivo dal mondo intero…

I problemi, tuttavia, non sono solamente all’estero, ma anche in terra saudita e questo nonostante alcuni alti esponenti della società saudita siano stati rinchiusi in alcuni hotel che rappresentano la classica “prigione dorata”.

Il principe Salman vuole, inoltre, consolidare il suo potere senza spaventare gli investitori stranieri e questo significa che la reale portata dell’operazione potrebbe essere ben più contenuta di quanto suggerisca la retorica comune: attingere in toto ai 33 miliardi di dollari che rientrano nelle disponibilità dei personaggi caduti nella rete di Salman potrebbe essere molto pericoloso, sicuramente sarebbe meglio accettare un compromesso che preveda introiti minori nel breve termine, ma contratti vantaggiosi in futuro, contratti che ovviamente saranno stipulati con le società che fanno capo ai facoltosi rappresentanti dell’alta società saudita attualmente prigionieri.  Un’impresa difficile? Niente affatto: basta avere tra i detenuti, ad esempio, il capo di una delle maggiori compagnie di costruzione del paese (Saudi Binladin Group)…

Le repressioni di questo tipo iniziano sono sempre connotate, all’inizio, da grandi ambizioni, ma la realtà tende poi ad avere il sopravvento: se il principe affonda troppo il colpo rischia di subire ripercussioni in futuro (forse sarebbe meglio parlare di rappresaglie…), ma saranno i vantaggi indiretti di questo intervento a pesare, nel bene e nel male, sull’economia saudita, mentre generare quantità immani di denaro è un compito che sarà meglio lasciare ai banchieri che gestiscono la IPO di Aramco!

Articolo realizzato in collaborazione con Giorgia Mancino

Fonte Bloomberg

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