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Petrolio. Speciale USA: lo Shale? Troppo bello per esser vero!



La Redazione Articolo pubblicato il 05/12/2017 03:00:42
Shale Oil: e se il Dipartimento dell’Energia USA avesse sbagliato tutto?

 

Non si può negare che il fracking abbia trasformato gli Stati Uniti in una vera e propria forza nel mercato mondiale di Petrolio e Gas e non è certo un segreto che nelle stanze del potere si parli di indipendenza energetica, ma proprio in questi giorni alcuni ricercatori del MIT (il pregiatissimo Massachusetts Institute of Technology) hanno scoperto un nuovo elemento in grado di cambiare le carte in tavola, e non stiamo parlando della solita divergenza di previsioni, ma di un vero e proprio bug nei calcoli effettuati dallo US Energy Department che avrebbe causato una significativa sovrastima nelle proiezioni sull’output di Petrolio e Gas nel corso degli anni a venire.

Ad entrare nel mirino degli studiosi del MIT è la tecnologia, o meglio il suo costante progresso: sappiamo bene che il recente balzo della produzione è stato attribuito proprio a questo elemento, ma il MIT non conferma affatto questa teoria, bensì asserisce che gli aumenti di produzione sono imputabili ad un fattore ben più banale, ossia un ridotto costo dell’energia che ha condotto i drillers a concentrarsi su zone dove l’estrazione del greggio risulta più semplice.

“La EIA sostiene che la produttività dei pozzi continuerà ad aumentare a seguito dei miglioramenti tecnologici e questi miglioramenti, nelle analisi della EIA, vanno ad accumularsi anno dopo anno, causando una sovrastima” (Justin B. Montgomery, ricercatore presso il MIT).

 

Al di sotto delle stime EIA

Analizzando i dati ricavati da uno studio condotto nell’area Shale di Bakken (Nord Dakota) i ricercatori del MIT hanno concluso che l’aumento della produzione totale di Petrolio e Gas Naturale dei nuovi pozzi USA da qui al 2020 potrebbe essere inferiore rispetto a quanto previsto dalla EIA e le cose peggiorerebbero negli anni successivi a seguito di un esaurimento dei pozzi che la tecnologia non sarà in grado di colmare.

 

La risposta 

Margaret Coleman, responsabile EIA per l’analisi di produzione ed esplorazione nel settore Petrolio, Gas e Biocarburanti, sembra quasi ammettere l’errore e dichiara che l’analisi del MIT solleva questioni rilevanti e valide in un momento che vede la EIA concentrarsi proprio sul modo di ottenere stime più affidabili e precise.  

Sempre Coleman spiega come la EIA non disponga degli stessi dati comunicati al MIT, ragion per cui gli analisti sono costretti a basarsi su informazioni geologiche conosciute ai più e lo stesso vale per le considerazioni su prezzi e miglioramenti tecnologici.

Il discorso del MIT non fa una grinza, tuttavia non c’è dubbio che le nuove tecnologie utilizzate per estrarre il greggio intrappolato all’interno di formazioni rocciose site a migliaia di piedi al di sotto della superficie terrestre siano state un elemento fondamentale nel guidare l’espansione dell’industria Shale a stelle e strisce; di questo parere sembra essere anche Manuj Nikhanj (RS Energy Group) che dichiara: “È davvero difficile scommettere contro la capacità dell’industria di migliorarsi progressivamente ottenendo migliori risultati in termini di estrazione”.

 

USA leader di mercato?

Proprio nel corso del mese passato Fatih BIrol (direttore esecutivo della International Energy Agency) spiegava come la produzione Shale sarà in grado di rendere gli Stati Uniti il vero leader indiscusso nei mercati globali di Petrolio e Gas nel corso degli anni a venire, ma se i ricercatori del MIT dovessero avere ragione, le implicazioni sarebbero certamente significative.

Negli ultimi tre anni la produzione elevata è stata in grado di tarpare le ali alle velleità rialziste dei prezzi del barile (e del Gas), ma un rallentare della produzione potrebbe innescare un aumento delle quotazioni, ma nono solo, in quanto tale frenata produttiva potrebbe contribuire ad eliminare dalla piazza l’unico vero nemico dell’OPEC, ovvero lo Shale Oil USA.

Dal 2015 il Cartello ha tentato di allontanare dalla scena gli Shale producers, ma ben presto ha dovuto fare i conti con una capacità di adattamento fuori dal comune.

 

Lotta di potere

Lo stesso Donald Trump ha fatto della leadership USA nel settore energy un vero e proprio cavallo di battaglia, con Petrolio e Gas USA che si mostreranno in grado di aiutare a soddisfare il fabbisogno energetico globale, ma non ha fatto i conti con gli studiosi del MIT e nemmeno con i sauditi, che da tempo dubitano dell’effettiva capacità di protrarsi del boom dello Shale Oil USA, e con il miliardario Harold Hamm, che recentemente si è scagliato contro la EIA definendo “esagerate” le previsioni diffuse.

Leggi qui un approfondimento sulle dichiarazioni di Hamm

L’analisi del MIT mette in evidenza come i tecnici EIA diano troppa importanza al miglioramento tecnologico che, secondo loro, sarà in grado di aumentare la produzione dei nuovi pozzi di circa il 10% annuo, una percentuale messa in discussione dai ricercatori che suggeriscono come un 6,5% sia un valore più realistico…

 

Fonte Bloomberg


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