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Petrolio: i cinque uomini che potrebbero fare la differenza nel 2018
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La Redazione Articolo pubblicato il 04/01/2018 03:00:15
Ci sono un saudita, un russo ed un venezuelano che...

 

Arabia Saudita e Russia manterranno salda la loro presa sulla produzione di Petrolio o saranno travolti da una nuova ondata di Shale a stelle e strisce? Ed il crollo economico di un grande produttore influenzerà le quotazioni del barile? E se, invece, la Silicon Valley decretasse la fine dei motori a combustione?

Dopo aver chiuso il 2017 ad un massimo biennale, i prezzi del Petrolio si trovano di fronte ad un bivio: che direzione prenderanno? Questo non lo possiamo ancora sapere, ma questi cinque uomini sono quelli che potrebbero fare la differenza…

 

Il Boss dell’OPEC

Il ministro dell’energia saudita Khaled Al Falih sta per affrontare un anno cruciale: nel 2016 ha sfidato lo scetticismo generalizzato capovolgendo la strategia dell’OPEC con il primo accordo in otto anni connotato da una contrazione produttiva e nel mese di novembre l’ex presidente di Aramco ha aggiunto un’altra tacca sulla sua fondina estendendo tale accordo per un altro anno sino al termine del 2018.

Cosa deve fare ora il nostro Al Falih? Il ministro dell’energia saudita deve solamente assicurarsi che i produttori coinvolti negli accordi rispettino gli impegni presi, mantenere salda la collaborazione con la Russia e pregare che i prezzi del Petrolio siano abbastanza alti da assicurare il successo della IPO della controllata statale Aramco ed il tutto evitando che lo Shale Oil USA inondi il mercato.  Semplice, vero…?

 

L’uomo di Mosca

Parlando di Petrolio gli operatori sono da sempre abituati a vagliare ogni singola parola detta dai funzionari OPEC; ora le cose sono cambiate e le parole da analizzare con cura sono quelle in arrivo da un produttore che non fa nemmeno parte del Cartello: stiamo parlando della Russia.  Mosca, nel corso dell’anno passato, si è riavvicinata all’OPEC dopo anni ed ha accettato di unirsi all’intervento che prevede la riduzione della produzione proponendosi come un elemento indispensabile alla buona riuscita dell’intera operazione.

Questo contesto fa si che il ministro dell’energia russo Alexander Novak assuma la stessa importanza del suo omologo saudita Khaled Al FalihNovak si mostra molto legato al saudita ed ha contribuito a ridurre la sfiducia tra le due nazioni consentendo la firma degli storici accordi di Vienna.  La collaborazione tra i due è stata definita da alcuni come una sorta di “love story” che, tuttavia, potrebbe essere messa a dura prova dalle pressioni delle società russe che bramano per una fine anticipata del regime di produzione controllata.

 

Il pioniere dello Shale

La vera wild card del 2018 è l’aumento della produzione statunitense e le stime relative a tale incremento variano tra 700000 ed un milione di barili giornalieri.  Se si parla di produzione di Petrolio statunitense si parla si Shale Oil, e se si parla di Shale Oil si parla del Permian Basin - la gallina dalle uova d’oro dell’intero settore - e se si parla di Permian Basin si parla di Pioneer Natural Resources, società che è proprietaria di una elevata quantità di acri all’interno del bacino più prolifico di tutti gli States.

Tim Dove, CEO di Pioneer Natural Resources, prevede che la produzione del Permian Basin aumenterà a 3,3 milioni di barili giornalieri nel corso del 2018 contro gli attuali 2,85 milioni; non tutto, in ogni caso, procede a gonfie vele e la società non ha brillato particolarmente nella seconda metà del 2017 sottoperformando l’S&P Energy index. È l’ennesima vittima di investitori che non ne possono più dello Shale Oil? Può essere, ma intanto Pioneer ha già bloccato i prezzi di vendita di oltre il 70% della produzione prevista per il 2018 a partire dal terzo trimestre.

 

A seguire - Il re di Caracas e l’impenditore

 

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