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Petrolio: la peggior settimana dal 2016
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La Redazione Articolo pubblicato il 12/02/2018 07:00:36
Il Petrolio non archiviava una settimana così ribassista dal 2016: lo Shale torna a spaventare i mercati

 

Erano due anni che il Petrolio non archiviava una settimana così devastante ed in quell’occasione il barile era scambiato a ridosso dei 26 dollari.

Nella sola giornata di venerdì 9 febbraio il WTI ha lasciato sul parterre circa due dollari con una chiusura appena superiore ai 59 dollari per barile: è la prima volta, nel 2018, che il benchmark a stelle e strisce scivola al di sotto dei 60 dollari violando la media mobile a 50 giorni.

Grafico WTI by Tradingview

La debolezza delle piazze azionarie si somma ad un nuovo boom della produzione Shale che fa si che gli USA, grazie appunto a questo costante incremento dell’output che si attesta al di sopra dei 10 milioni di barili giornalieri, siano pronti a scalzare Russia ed Arabia Saudita dal gradino più alto del podio nella competizione per aggiudicarsi il ruolo di maggior fornitore globale.

“La reazione alla fornitura USA che prevedevamo sta divenendo un elemento più che reale nella mente degli investitori”: questo il commento rilasciato da Harry Tchilinguirian (BNP Paribas).

Il prezzo del barile è aumentato in modo pressoché costante dal mese di giugno, quando OPEC e produttori alleati (Russia in primis) hanno accettato di mantenere in vigore i tagli alla produzione (una decisione confermata poi nel meeting OPEC di fine novembre) in un contesto che vedeva ridursi in maniera significativa le scorte statunitensi.

Questo aspetto, senz’altro positivo, mostra tuttavia un elemento negativo, ovvero l’aumento della produzione USA conseguente proprio ai prezzi sostenuti del barile: le principali aree di estrazione dedicate allo Shale Oil si mostrano infatti profittevoli con un prodotto a 50 dollari per barile - quando non di meno - ragione per cui delle quotazioni a questi livelli non hanno fatto altro che stimolare una maggior produzione.

 

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